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God Bless America

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L’elezioni per la presidenza negli Stati Uniti, sono ormai divenute un’epopea, un racconto epico che nel secolo della tecnologia ci ricorda come nulla può essere definito progresso senza il volere degli uomini. Nell’era della connessione continua, dei social che aggiornano in tempo reale su tutto, di Whatsapp e le sue chat infinite, scopriamo la nazione che vorrebbe essere leader mondiale ancora col fiato sospeso nel conteggio dei voti, dei seggi, dopo circa 48 ore dall’election day.

Con un sistema elettivo fermo ai padri pellegrini, con uno stato che si prepara al giorno delle elezioni chiudendo e barricando esercizi commerciali, vetrine di uffici che affacciano sui marciapiedi (guardate nei social i vari video amatoriali), più che di una narrazione politica si tratta di un film già visto. Vi ricordate il celebre Groundhog Day, “Ricomincio da Capo”, film reso celebre perchè raccontava della tradizionale ricorrenza del “giorno della marmotta”, quando in un paesino della Pennsylvania si attribuiva al simpatico animaletto il potere di prevedere la fine o il prolungamento dell’inverno.

Ebbene in quel film, il protagonista, un grande Bill Murray (insieme alla bravissima Andie MacDowell), rimane intrappolato in un circolo temporale infinito: ogni mattina, alle sei in punto, viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente. Ecco come appaiono le lezioni negli Stati Uniti. Ogni giorno tutto uguale, ogni elezione sembra sempre la stessa, i soliti problemi di conteggio, i voti per posta (ogni volta gestiti in maniera discutibile), gli annullamenti precari e i ricorsi sicuri. Una giornata che negli anni (forse nei secoli?) si ripete sempre uguale, scandita da slogan più vicini ad uno spot pubblicitario che conquista il cuore (e la pancia) del popolo americano che, senza, si sentirebbe perso.

L’unica questione, invece, che rende le elezioni made in USA un evento degno di nota è, come già accennato all’inizio di queste righe, il volere degli uomini. Dodici anni fa, il 5 Novembre del 2008 veniva eletto alla Casa Bianca il primo presidente afro americano della storia: Barack Obama. Pochi indugi, stesso sistema elettorale, tante idee chiare e due grandi uomini in lizza: l’affascinante democratico, due lauree (scienze politiche alla Columbia e giurisprudenza ad Harvard), mentre dall’altra il veterano del Vietnam John McCain, repubblicano, uomo di ferro, essendo sopravvissuto ad una prigionia di sei anni nelle mai dei nordvietnamiti.

La differenza la fecero i candidati, allora, due uomini diversi tra loro che combatterono una battaglia politica sul campo con idee, valori, proposte. Perciò, God bless America, land that I love Stand beside her and guide her Through the night…

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Marco Loi Editor
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