Guerra in Medio Oriente: l’attacco USA-Israele all’Iran e le conseguenze globali

Nella notte del 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una vasta offensiva militare contro obiettivi strategici in Iran, segnando una delle escalation più gravi tra potenze mediorientali degli ultimi decenni. L’operazione congiunta — definita dagli israeliani “Operazione Ruggito del Leone” e dagli americani “Epic Fury” — ha colpito infrastrutture militari, centri di comando e il complesso della leadership iraniana a Teheran con un duplice obiettivo dichiarato: degradare la capacità militare della Repubblica Islamica e fronteggiare presunte minacce nucleari e missilistiche

Una risposta immediata e violenta

La reazione di Teheran è stata rapida e ampia. Il governo iraniano ha lanciato missili e droni contro basi statunitensisparse nel Golfo Persico e verso obiettivi israeliani, denunciando l’attacco come una violazione del diritto internazionale e una minaccia all’esistenza del Paese. Le autorità islamiche hanno anche annunciato la chiusura o il blocco de facto dello Stretto di Hormuz, una mossa dalle potenziali conseguenze economiche mondiali.

Fin qui una breve cronaca dei fatti. Ma c’è altro, ovviamente

Il petrolio e lo Stretto di Hormuz: perché conta?

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più critici per il commercio energetico globale. Si trova tra l’Oman e l’Iran ed è l’unica via d’uscita dal Golfo Persico verso il mare aperto. Attraverso questo stretto transita ogni giorno una quota enorme del petrolio greggio mondiale, circa 20 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati — stime recenti indicano che circa 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio passa da qui.

In pochi sanno che, sempre attraverso quello stretto di circa 3 km passa anche il 20% di gas naturale liquefatto mondiale, in gran parte proveniente dal Qatar.

Quando le tensioni sono esplose, l’Iran ha di fatto bloccato o reso estremamente rischioso il passaggio delle navi, con alcune compagnie che hanno interrotto le transitazioni e deviato le rotte. Questa mossa ha causato un aumento immediato dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali, con il Brent e altri greggi principali in forte rialzo, mentre Paesi importatori si preparano a impatti sull’inflazione e sui costi dell’energia. 

Chi importa gran parte dell’export petrolifero? Cina, India, Giappone, Corea del Sud, per un totale di circa 80% delle esportazioni dal Golfo.

Conseguenze sui mercati

La chiusura o l’interruzione dello stretto ha provocato uno shock nei mercati energetici:

  • Prezzo del petrolio in forte rialzo con quotazioni del Brent e WTI, al momento si attesta sui 77,68 dollari americani al barile.. 
  • Petroliere bloccate e scorte ferme in punti chiave del Golfo, aumentando i costi assicurativi e logistici. 

In particolare, la situazione ricorda crisi precedenti in cui l’instabilità regionale aveva messo sotto pressione prezzo e disponibilità di petrolio, influenzando inflazione e politiche energetiche globali: nel 2012 la sola minaccia iraniana di chiusura causò forte impennata del costo del petrolio, ma anche nel 2025 nei 12 giorni di guerra il prezzo salì prima di rientrare negli standard accettabili con il cessate il fuoco.

La domanda viene spontanea: non ci sarebbero altre via di trasporto alternative? In effetti ci sarebbero, infatti, degli oleodotti che superano Hormuz (Arabia Saudita ed Emirati Arabi), tra il Mar Rosso e il golfo dell’Oman (Fujairah). Entrambi potrebbero arrivare ad una capacità di 2,8 milioni di barili di petrolio contro i 20 milioni. Questa alternativa è di per se mediocre, anche se percorribile in caso emergenza (non siamo ancora in emergenza?).

Ultima breve considerazione. Le basi americane attorno all’Iran: un nodo strategico

Una delle ragioni per cui il conflitto si è rapidamente trasformato in una crisi su scala globale è la presenza diffusa di installazioni militari statunitensi nei Paesi del Golfo che circondano l’Iran. Stati come Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ospitano basi, aeroporti e assetti militari americani, usati da Washington per proiettare potenza e monitorare la regione. Ricorda parecchio la questione Russo-Ucraina con le basi NATO posta strategicamente ad accerchiamento dei confini russi.

Quando Teheran ha avviato la sua risposta contro l’offensiva, queste basi sono diventate obiettivi diretti o indiretti di attacchi con missili balistici e droni. Il motivo è sia pratico sia simbolico: colpire strutture estere riduce la capacità operativa degli Stati Uniti, ma manda anche un chiaro messaggio politico di non voler cedere terreno. Inoltre, Iran ha lanciato centinaia di droni e missili contro basi statunitensi e installazioni alleate in vari Stati del Golfo, con l’intento di saturare e superare i sistemi di difesa, mettendo a dura prova le difese aeree statunitensi e dei loro partner, con difficoltà anche per sistemi avanzati come i Patriot.

Per noi pacifisti, dalla parte dei popoli che subiscono le decisioni di pochi, speriamo che tutto questo possa finire grazie al lavoro diplomatico.

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