C’è una scena meravigliosa in “The Blues Brothers”, il capolavoro musicale diretto da John Landis e consacrato dalla divina coppia John Belushi e Dan Aykroyd.
Jake ed Elwood, in missione per conto di Dio e del rhythm and blues, si imbattono in un manipolo di improbabili estremisti: i famigerati “Nazisti dell’Illinois”. Uniforme grigia, passo marziale, aria serissima, un gruppetto di fanatici che marcia con disciplina da operetta su un cavalcavia americano, convinto di incarnare l’ultima difesa della civiltà occidentale. Ordinati, compatti, fieramente ridicoli. Eccoli lì, nel film, che manifestano, sfilano ed esprimono le loro idee, seppure sbagliate. Come può accadere, viene da chiedersi. La risposta è perché si trovano in un Paese dove la libertà non è uno slogan da corteo ma una pratica quotidiana, difesa anche quando diventa imbarazzante. Negli Stati Uniti puoi perfino travestirti da caricatura dell’odio e metterti in fila con un cartello, senza che qualcuno ti censuri o, peggio, ti faccia penzolare da una gru. È il grande paradosso democratico: la libertà è così reale che protegge anche chi la detesta.
Questo è il punto.
Ora, permetteteci di passare dalla finzione alla realtà, dagli USA degli anni ’80 all’Italia dei nostri giorni. Ecco, quando ci capita di osservare certi fenomeni politici contemporanei, non possiamo fare a meno di pensare a loro, ai “Nazisti dell’Illinois”. Non tanto per l’ideologia — le etichette cambiano, sebbene certi contenuti restino immutati — quanto per la dinamica tragicomica.
A nostro parere è quello che accade anche qui da noi; certo, non sfilano in divisa grigia e con la svastica sul braccio. Indossano felpe nere col cappuccio da militanti, kefiah rivoluzionarie e slogan stampati male su lenzuola recuperate a casa di nonna o nella lavanderia di mamma. Si radunano nei centri sociali occupati — luoghi dal nome epico ed esotico, come Askatasuna — e lì coltivano l’idea di essere la scintilla che incendierà il sistema e che rovescerà un governo autoritario.
I nuovi rivoluzionari, gli Anarchici di quartiere, gli Antagonisti professionisti, gente che passa le giornate a spiegare quanto faccia schifo la democrazia occidentale, usufruendo con grande serenità di tutte le libertà e le immunità che proprio quella democrazia garantisce.
Alla faccia del governo autoritario che soffoca la libertà.
Possono occupare abusivamente edifici o università, organizzare cortei non proprio pacifici, gridare slogan contro lo Stato bruciando bandiere e immagini, insultare le istituzioni, bloccare strade, vandalizzare le città e le opere d’arte, accanirsi sulle forze dell’ordine, e poi tornare a casa tranquilli la sera, magari da moglie e figli, magari da mamy e papy.
Naturalmente, come ogni fenomeno culturale che si rispetti, anche questi piccoli eserciti dell’indignazione permanente non sono soli. Hanno un seguito, un pubblico, perfino una corte.
Da una parte c’è una certa rappresentanza politica, una specie di fauna parlamentare che annuisce sempre grave — o ancora peggio rimane in silenzio — mentre qualcuno parla di “resistenza urbana” o di “conflitto sociale”, come se rompere una vetrina o dare fuoco a un blindato della polizia fosse una forma particolarmente intensa di dibattito democratico.
Un’altro gruppetto, non meno comico e che merita una nota a margine degna di questo teatro dell’assurdo, è quell’opposizione che varca i confini nazionali per denunciare, con aria grave, che in patria la democrazia sarebbe in grave pericolo. Una scena quasi poetica, se non fosse patetica. Si sale su un treno — democraticamente in prima classe, non in quei convogli senza ritorno, dove il viaggio era già la condanna e la destinazione solo una formalità —, si prende un aereo — sempre democraticamente prenotato a spese dei contribuenti — e si va all’estero a raccontare che in Italia e in occidente la libertà vacilla, i diritti sono a rischio, si è assoggettati a un governo autoritario. Il tutto mentre si parla liberamente, si scrive liberamente, si protesta liberamente. È una forma nuova di patriottismo: l’autodenuncia internazionale. Un gesto nobile, diranno i sognatori marxisti-leninisti, i romantici del nuovo millennio, che sognano la rivoluzione ma con la fibra ottica e il caffè fatto nella elegantissima macchinetta sponsorizzata da Bred Pitt e pagata dal capitalismo. In realtà è solo un curioso cortocircuito logico: utilizzare tutte le libertà garantite dal sistema democratico, per propagandare che quello stesso sistema non garantisce libertà.
Un po’ come lamentarsi della censura in diretta televisiva.
Infine, dall’altra parte, c’è l’indispensabile apparato spirituale: gli intellettuali impegnati. Quelli che, seduti su comode poltrone in ecopelle o davanti a un microfono radiofonico, spiegano con tono accademico che il lancio di un sampietrino non è vandalismo, ma una “narrazione antagonista della lotta di classe”.
È un ecosistema affascinante, perché se questi personaggi tragicomici esistono nella realtà è solo grazie a ciò che detestano.
E così accade il miracolo: il ragazzo col cappuccio che incendia un cassonetto o percuote un agente con il martello, diventa improvvisamente un soggetto politico, una vittima, un performer della protesta.
Insomma, anche il rivoluzionario di quartiere ha il suo habitat naturale, dove convivono allegramente il militante che agisce con violenza, il politico che strizza l’occhio e il professore che traduce tutto in un saggio di trecento pagine. La nuova rivoluzione ha sì bisogno di braccia, ma soprattutto di note a piè di pagina.
Sarebbe bello vederli fare lo stesso esercizio civico in un regime vero, reale, di quelli che molti di loro guardano con simpatia esotica, addirittura, taluni, con reverenza religiosa. Uno qualsiasi tra i paradisi rivoluzionari dove il dissenso è trattato con la delicatezza di una porta blindata. Permetteteci un po’ di humor nero, leggermente British, nell’asserire che durerebbero meno di un aperitivo, e purtroppo ne abbiamo prove insindacabili.
È il paradosso più divertente della politica occidentale, della nostra politica: la libertà consente perfino di organizzarsi contro la libertà stessa.
E così, proprio come nel film di John Landis, questi piccoli eserciti ideologici marciano convinti di essere pericolosi. A volte lo sono — soprattutto per sé stessi, quando la rivoluzione finisce in autocombustione domestica — e temiamo che potrebbero anche diventarlo davvero — i presupposti per il salto di qualità ci sono tutti — se qualcuno non smettesse di considerarli solo folklore urbano.
Nel cinema, i “Nazisti dell’Illinois” di The Blues Brothers erano poco più che una macchietta: grotteschi, caricaturali, utili a far ridere e a giustificare un inseguimento in auto. Nella realtà, però, il rischio è diverso. Perché quando il ridicolo smette di far ridere e comincia a organizzarsi, a trovare sponde, a sedimentare consenso — anche minimo, anche distratto — quindi inizia a pensare di essere intoccabile, beh, allora il passo da farsa a problema concreto diventa sorprendentemente breve.
Sì, perché nel frattempo il sistema li osserva con una pazienza forse troppo paterna, sebbene non senza fastidio. Li lascia protestare, li lascia gridare, li lascia perfino sentirsi rivoluzionari. Perché una democrazia sicura di sé sa che, molto spesso, il modo migliore per disinnescare i fanatici è lasciarli parlare.
Ma la democrazia, quando è davvero sicura di sé, sa anche quando smettere di sorridere e iniziare a intervenire seriamente. Perché tra tolleranza e ingenuità passa una linea sottile, e attraversarla senza accorgersene è un lusso che la storia ha già dimostrato di non saper perdonare.
Ma forse stiamo diventando troppo seri, anche se, ad essere sinceri, sempre più convinti che la situazione stia sfuggendo di mano e, se lo stato non dovesse prendere provvedimenti immediati, potrebbe degenerare in maniera inaspettata.
Vorrei concludere con una citazione che ricordiamo spesso, quando ci troviamo di fronte a certe realtà: quando nel film i nostri eroi incontrano i terribili nazisti dell’Illinois, Jake Blues li guarda un attimo e poi pronuncia una delle più nobili frasi della storia del cinema: “I hate Illinois Nazis.”
di Fulvio Aurelio Scompiglio
