Ci sono silenzi che fanno più rumore di mille parole. È questo il sentimento che accompagna la famiglia di Martina Lattuca, la giovane madre scomparsa da tre settimane nell’area di Calamosca, un luogo che milioni di sardi considerano familiare e sicuro, ma che oggi appare come un punto oscuro nella mappa di una città che si interroga e non trova risposte.
La comunità si è stretta attorno alla famiglia, ma l’attenzione pubblica, dopo un primo slancio, si è affievolita. Ed è proprio questo vuoto che ha spinto Alessandra Murgia, cugina di Martina, a rompere un silenzio che lei stessa definisce “insopportabile”, affidando a un lungo post un appello destinato a fare rumore.
Una ricerca senza riscontro
Le operazioni di ricerca sono iniziate immediatamente. Nel giro di poche ore si sono mobilitati Vigili del Fuoco, Soccorso Alpino, Guardia Costiera, Guardia di Finanza e Carabinieri.
Elicotteri, droni con termocamere, unità cinofile, sonar di profondità, sommozzatori. Uno spiegamento che raramente si vede in casi di scomparsa.
Ogni metro della Sella del Diavolo, ogni anfratto, ogni tratto di mare è stato controllato, in condizioni meteo difficili. La famiglia riconosce la professionalità e la dedizione degli operatori. Ma oggi, tre settimane dopo, la domanda rimane la stessa: com’è possibile che non sia stata trovata una traccia?
Le domande che non trovano risposta
L’aspetto più forte del messaggio di Murgia non è solo l’emotività, ma la serie di interrogativi che pone, uno dopo l’altro, come tasselli che non riescono a combaciare.
La famiglia evidenzia elementi che considera incongruenti con l’ipotesi di un gesto volontario, un’ipotesi che – stando a quanto riportato nel post – sarebbe stata quasi scontata o immediata nella narrazione pubblica.
Nel dettaglio, i familiari chiedono come si possa ritenere plausibile che una ragazza: timida, prudente, inesperta di trekking, che non si avventurava mai da sola, che aveva paura dei percorsi difficili, e che non conosceva la zona, abbia scelto, in un giorno di pioggia, uno dei sentieri più tecnici della Sella del Diavolo, definito come “difficile perfino per gli esperti”, e per di più con un ombrello che poi avrebbe riposto nello zaino “come in un giorno qualsiasi”.
Gli oggetti ritrovati – due scarpe integre, distanziate nel tempo e quasi intatte, e uno zaino leggero rimasto sorprendentemente integro – rappresentano altri punti su cui la famiglia chiede chiarezza.
Non meno importante è la questione del cellulare, agganciato a un ripetitore distante diversi chilometri dal punto dell’ultima ripresa video. Un dato che, senza interpretazioni affrettate, merita quantomeno un approfondimento tecnico.
L’identità di Martina contro le ipotesi “comode”
C’è poi un aspetto umano, non tecnico, che la famiglia rivendica con forza: chi era Martina.
Una giovane donna discreta, attenta agli altri, profondamente legata alla madre, alla sorella e soprattutto al figlio. Una persona che, nella descrizione dei familiari, non avrebbe mai compiuto scelte impulsive o rischiose, né avrebbe mai inflitto un dolore così devastante a chi amava.
«Noi diciamo no» scrive Murgia, rifiutando una narrazione che riduce tutto a un esito scontato.
Per loro, accettare l’ipotesi più semplice non significa accettare la verità, ma voltare le spalle a troppe domande ancora aperte.
Un appello che riguarda tutti
La famiglia, tramite la voce di Alessandra Murgia e della sorella di Martina, Sara, chiede alla città e alle istituzioni di non considerare il caso chiuso.
Chiede ai media di rompere il silenzio, alle forze dell’ordine di vagliare ogni indizio con cura, e a chiunque fosse presente a Calamosca quella mattina di farsi avanti, anche solo per un dettaglio apparentemente insignificante.
Perché – scrive Murgia – “oggi è lei. Domani potrebbe essere chiunque”.
Una città in attesa di verità
Il caso di Martina Lattuca non è più solo una scomparsa: è una ferita aperta per una famiglia e un interrogativo inquietante per una comunità che vive quei luoghi ogni giorno.
Calamosca, la Sella del Diavolo, i sentieri panoramici tanto amati: tutto oggi appare avvolto da una domanda sospesa.
La famiglia non cerca giustificazioni né vuole alimentare teorie alternative: chiede semplicemente che non venga scelta la via più breve.
«Martina merita la verità» scrive Murgia. E con lei, la meritano il figlio, la madre, la sorella, tutti coloro che l’hanno amata, e forse l’intera città.

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