MedicinaPrimo Piano

Io, medico delle terapie domiciliari covid in Sardegna

Condividi

Parla Maria Letizia Uras, medico di continuità assistenziale della provincia di Oristano, esperta di nutrizione e agopuntura, che a un certo punto della sua carriera, nel bel mezzo della pandemia, ha deciso di prendere, in scienza e coscienza, la scelta non facile di unirsi alla schiera dei medici delle terapie domiciliari precoci Covid19. Nasce così il suo ingresso in IppocrateOrg, l’associazione fondata in Italia da Mauro Rango, che raccoglie 150 medici di tutto il mondo, alcuni di rilievo internazionale, con una casistica di circa 60 mila pazienti Covid, quasi tutti guariti, curati attraverso un approccio terapeutico in costante aggiornamento, il cui cardine è la personalizzazione della cura.

Quando è entrata a far parte di IppocrateOrg e quale motivazione l’ha spinta a farlo?

Io ho avuto un incontro particolare con l’epidemia: non sono un medico di base, sono quello che un tempo si chiamava “guardia medica”, e l’afflusso dei pazienti Covid da me non è statisticamente significativo. Ma proprio nel marzo 2020, quando tutto è iniziato, mi trovavo in un ambulatorio di medicina generale per una sostituzione. C’era molta incertezza, seguivo le linee guida del Ministero: tutti i pazienti con sintomi che potevano condurre al Covid dovevano restare isolati, non si poteva andare a domicilio, si dava una terapia sintomatica e a seconda dei casi si avviava il protocollo di attivazione dell’Ats. Poi sono tornata alla mia specializzazione, il periodo di shock iniziale è passato ma l’epidemia continuava e io mi rendevo conto di non avere gli strumenti per riuscire a curare questi pazienti. Nessuno ci aveva mai istruiti. Ho iniziato a cercare informazioni e ho scoperto dell’esistenza di Ippocrate attraverso un’intervista a Mauro Rango. Mi aveva incuriosito: da medico, oltreché la volontà di dare il mio contributo, sentivo la spinta a cercare di capire, sperimentare come funzionasse questo sistema di cura, diciamo così, parallelo. E nel marzo scorso sono entrata a far parte dell’associazione.

Com’è che vi occupate dei pazienti?

Tutti i medici di Ippocrate sono inseriti in una chat specifica per l’assistenza. Nel sito internet c’è una pagina dedicata alla raccolta delle richieste, con una scheda in cui i pazienti inseriscono una serie di dati necessari per la presa in carico. Noi tutti poi vediamo le schede nella chat e, chi può, si offre di assistere un determinato paziente. Il lavoro è volontario per cui ogni medico sceglie se e quando rendersi disponibile in base al tempo e alla complessità del caso, non c’è nessun obbligo. Io per esempio inizialmente sceglievo pazienti relativamente più semplici.

Come si impara la terapia domiciliare precoce?

Nella fase iniziale si viene sempre affiancati da colleghi più esperti. Le terapie utilizzate sono molto semplici: da una parte la malattia ha molti aspetti in comune con altre già note da tempo per cui ci basiamo sugli studi presenti in letteratura, dall’altra è nuova per cui puntiamo sull’esperienza clinica di tutto il gruppo per sviluppare un protocollo in continuo aggiornamento, grazie agli incontri settimanali tra tutti i medici. Ci sono specialisti di ogni branca e questo è utile perché ciascuno può apportare il proprio contributo specifico e si migliora insieme.

E’ bello immaginare la cooperazione di tanti medici volontari che si confrontano continuamente per offrire ai pazienti cure sempre migliori. A volte però la pagina web dell’assistenza 999 risulta non attiva. Come mai?

Purtroppo a volte non si riesce a soddisfare tutte le domande e prima di prendere in carico nuovi pazienti si cerca di esaurire le richieste già accolte per riuscire a portare a termine le terapie iniziate. Ecco perché non si ha altra scelta che ciclicamente chiudere per breve tempo la possibilità di richiedere assistenza, in modo che il paziente che abbia necessità possa subito rivolgersi altrove. E’ fondamentale la tempestività dell’intervento ai primi sintomi, a volte attendere i tempi della nostra presa in carico potrebbe essere rischioso.

Quali sono i sintomi che devono allarmare e indurre a rivolgersi al medico?

Possiamo dire che in presenza di sintomi un tampone rapido può dare una prima informazione. Poi andrà confermato con il tampone molecolare. I sintomi più caratteristici sono perdita dell’olfatto o del gusto, faringite, febbre, tosse, talvolta diarrea e più raramente manifestazioni dermatologiche.   La terapia è comunque sempre proporzionata ai sintomi, alle caratteristiche della persona, alle sue patologie, ai farmaci che già assume. Conoscendo l’andamento della malattia, ripeto che più è precoce l’intervento, migliori sono i risultati. Non si deve sottovalutare il ruolo della componente emotiva e psicologica nella guarigione e nel sistema immunitario: avere un medico di riferimento è parte fondamentale della terapia, il paziente ha bisogno di sentire che c’è un medico che ogni giorno controlla la situazione, la temperatura, la saturazione, chiede come sta.

Lei ha seguito solo pazienti sardi o anche della Penisola?

Prevalentemente pazienti sardi, ma non solo. Io ho cercato di essere disponibile sul territorio. I pazienti arrivano a me tramite amicizie o conoscenze. Vengono comunque seguiti come pazienti di Ippocrate.

Perché i pazienti si rivolgono ai medici di Ippocrate?

Alcuni per conoscenza diretta, altri perché in un anno e mezzo hanno cominciato a porsi domande e sanno che ci sono delle alternative nelle cure. Indubbiamente ci sono molti medici di medicina generale che fin da subito curano con 2 o 3 farmaci ma i pazienti riferiscono che ce ne sono altrettanti che spesso non rispondono o raccomandano solo la tachipirina perdendo talvolta giorni preziosi per la terapia.

Quanto è conosciuto Ippocrate in Sardegna?

Mi sembra ancora poco. A Oristano se n’è parlato in qualche manifestazione di piazza. Purtroppo c’è un po’ di timore a esporsi, ci sono attacchi molto forti.

Ecco: si sente di lanciare un messaggio ai colleghi che ultimamente attaccano le terapie domiciliari precoci?

Dico solo che io, da medico, se sento che un altro collega è riuscito a curare una malattia nuova con successo, non posso che chiamarlo e chiedergli: “Come hai fatto?” Dovremmo tutti collaborare. Porto l’esempio di una mia esperienza di questo periodo: sto seguendo una famiglia di Napoli, da remoto chiaramente, ma sto collaborando col loro medico di famiglia. Se tutti stanno meglio a distanza di una settimana, è proprio grazie a questa collaborazione: io ho aggiustato un po’ la terapia, quando ho avuto dubbi ho chiesto a qualche collega più esperto, e intanto il loro medico sul luogo li monitora da vicino.

Insomma, la carta vincente sembra essere il gioco di squadra. Come si potrebbero incoraggiare le adesioni di altri medici, visto che Ippocrate non riesce a soddisfare tutte le richieste, sempre più numerose?

Le persone devono essere preparate per poter accogliere questo messaggio. Non si può imporre. Io ai colleghi posso raccontare la mia esperienza, per chi ha voglia di ascoltarla. Ma è la mia, ognuno deve fare il suo percorso. Io ho ascoltato i colleghi che ci sono arrivati prima di me e mi hanno convinto. Credo che basterebbe capire che, nella situazione in cui ci troviamo, ogni apporto per curare la malattia dovrebbe essere considerato valido.

di Alessia Pillolla

 

Redazione Administrator
×
Redazione Administrator

Comment here