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Marilena Lionetti: una sarda in giro per il mondo

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Sono nata dall’incontro di due terre forti e diverse: la Sardegna e la Puglia. Cresciuta a Milano, una città che mi ha insegnato la velocità, l’adattamento, la distanza, ma dentro di me ho sempre sentito la lentezza e il silenzio dell’isola. Forse è da lì che nasce il mio bisogno di capire l’animo umano di esplorare ciò che si nasconde sotto la superficie delle cose. Sono psicologa clinica e specializzanda in psicoterapia a orientamento psicoanalitico, ma anche interprete LIS. La mente, il corpo, la voce: tutto per me è linguaggio.

E il viaggio, come la psicologia, è un modo di entrare in contatto con la parte più autentica dell’altro.
Ogni luogo che ho visitato è diventato un pezzo di me, un capitolo della mia storia interiore.

Il mio primo viaggio extraeuropeo è stato in India un’esperienza che ha davvero cambiato la mia vita. Lì ho toccato con mano la povertà in tutte le sue forme, non solo materiale ma anche esistenziale. Ho visto il divario tra ricchi e poveri in modo netto, quasi violento, eppure dentro quel caos ho percepito anche una profonda vitalità. L’India è una moltitudine di contrasti: il sacro e il profano, l’eccesso e la rinuncia, il silenzio e il rumore. Mi ha colpito la moltitudine di colori, che sembrano quasi voler restituire luce a ciò che la vita toglie. Ogni sfumatura porta con sé un’emozione: il rosso dei sari, il giallo delle spezie, l’azzurro dei templi.
In India ho imparato che la spiritualità non è fuga, ma presenza totale nel reale anche quando è duro da guardare. È un Paese che ti mette di fronte a te stessa, senza filtri, e ti costringe a chiederti cosa sia davvero essenziale.
Il Kenya è stato ed è tuttora il mio grande amore. Per cinque anni sono stata lì come volontaria laica, facendo avanti e indietro da Milano. Ogni partenza era un ritorno, ogni ritorno una piccola ferita. Ricordo la prima volta che, dopo mesi in Africa, sono rientrata a Milano: non riuscivo a smettere di piangere. Tutto mi sembrava artificiale, veloce, troppo. In Kenya avevo imparato un altro ritmo: quello dei sorrisi sinceri, dei paesaggi infiniti, della terra rossa che ti resta addosso come una seconda pelle. Quel tempo mi ha cambiata profondamente. Mi ha insegnato a spogliarmi del superfluo, a riconoscere la ricchezza nelle cose semplici. Ho imparato ad amare anche la pioggia non come un ostacolo, ma come una benedizione che permetteva alle tribù di abbeverarsi, agli animali di vivere, alla terra di respirare. Lì ho capito che non importa quanto grande sia la casa, se è di paglia o di lamiere: ciò che conta è avere qualcuno con cui condividere anche un piccolo pezzo di ugali, il pane di mais che unisce le mani e le storie. Non è un caso che l’Africa venga chiamata Mama Afrika: come una madre, ti accoglie, ti abbraccia e ti insegna a guardare dentro senza paura. Quando l’ho lasciata, non l’ho mai davvero salutata. L’Africa resta, ti abita. Dopo quegli anni, ho sentito che non potevo fermarmi. Il desiderio di conoscere, di esplorare, di comprendere altri modi di vivere era ormai parte di me.

Del Brasile mi hanno colpita soprattutto le persone che sembrano nate con una luce dentro. Hanno un’energia contagiosa, una gioia che non è superficialità ma scelta di vita. Ti accolgono senza chiedere chi sei, ti fanno spazio nel loro mondo come se fossi sempre appartenuta lì. In Brasile ho scoperto la musica come battito vitale: non è solo sottofondo, è il ritmo stesso dell’esistenza. La senti nelle strade, nei mercati, nei corpi che danzano, anche nei momenti più semplici. È come se ogni giorno fosse una piccola celebrazione del fatto di essere vivi. I paesaggi sono di una bellezza quasi eccessiva: la natura sembra respirare insieme alle persone. Ma ciò che porto davvero nel cuore è un episodio minuscolo, umano: durante un lungo viaggio in autobus dal nord del Brasile fino a Rio, ho chiesto all’autista di fermarsi perché avevo bisogno di andare in bagno.
Si è fermato lungo una strada polverosa, davanti a una piccola casa. Una famiglia mi ha aperto la porta con un sorriso enorme, come se mi aspettasse. Non mi conoscevano, ma erano felici di accogliermi.
In quell’attimo ho capito che la generosità non dipende da quanto si ha, ma da quanto si è disposti a condividere.

Il Messico mi ha stregata fin dal primo istante. È un Paese in cui convivono gli estremi: città immense e all’avanguardia, come Città del Messico, e minuscoli villaggi rurali in cui sopravvivono antiche pratiche esoteriche, tramandate da secoli. È un luogo in cui la modernità e il mito si tengono per mano, senza contraddirsi. Mi sono innamorata di San Cristóbal de las Casas, un borgo sospeso tra cielo e montagne, dove ogni pietra sembra custodire un segreto. Ma l’esperienza che più mi ha segnato è stata nella vicina San Juan Chamula, un luogo che non assomiglia a nessun altro. La sua chiesa, bianca dai profili verdi e azzurri, domina la piazza. Dall’esterno sembra semplice, quasi innocente, ma appena varchi la soglia, vieni inghiottita da un buio denso, impregnato di cera e fumo. Non ci sono panche né altari tradizionali: solo il pavimento ricoperto di aghi di pino, che profumano di bosco e mistero. Camminando, le scarpe affondano in quella distesa surreale, tra file di candele accese e piccoli gruppi di persone inginocchiate. C’è chi prega sottovoce, chi ondeggia come in trance, chi piange sommessamente. Ho assistito a un rituale guidato da una sciamana anziana. Davanti a lei, una gallina nera. Le sue mani si muovevano lente e decise, mentre la voce intonava una nenia nella lingua Tzotzil, dolce e arcaica. Attorno, bottiglie di Coca Cola, cibo, ceri votivi: un altare sincretico che mescola cristianesimo e antichi culti maya. A un certo punto la sciamana ha soffiato su una candela nera e, con un gesto rapido, ha fermato il cuore dell’animale. Un silenzio sacro ha avvolto tutto. Poi le candele sono state spente: sarebbe stata sepolta, donata alla terra perché gli dei accogliessero la preghiera. A San Juan Chamula, le galline non sono solo animali: sono linguaggi simbolici. La bianca accompagna la vita e i nuovi inizi, la rossa chiede perdono o guarigione, la nera affronta la morte e le forze oscure. È un mondo in cui la morte non è fine, ma passaggio, dialogo. Il Messico mi ha insegnato che la spiritualità può essere colorata, chiassosa, terrena. E che la vita, per essere davvero piena, deve sapere danzare anche con la morte.

La Giamaica è un piccolo miracolo tropicale, con spiagge mozzafiato, montagne verdi e una luce che sembra ballare nell’aria. È la patria della mia amata musica reggae, e forse per questo l’ho sentita subito vicina al cuore. Certo, fa sorridere vedere quanto la cannabis faccia parte della quotidianità: tutti fumano, ovunque, e persino i tour organizzati ti portano a visitare le piantagioni, anche se, paradossalmente, tutto questo è ufficialmente illegale. Ma al di là dei cliché, ciò che più mi ha affascinata è la cultura rastafariana. Ho sempre amato la loro filosofia: vivere con l’indispensabile, rispettare la natura, riconoscere la spiritualità nel quotidiano.
C’è una sorta di lentezza consapevole nel loro modo di stare al mondo, come se ogni gesto fosse un atto di fede e libertà insieme. E poi l’emozione più grande: visitare la casa di Bob Marley. Entrare in quel luogo è come entrare in un tempio laico, dove la musica è preghiera e la vibrazione dell’anima si sente ancora nell’aria.
Ricordo il momento in cui, davanti alla sua tomba, ho cantato assieme a un gruppo di ragazzi le sue canzoni: le voci si intrecciavano, e per un attimo ho sentito che quella musica, nata dal dolore e dalla resistenza, diventava una forma di unione profonda. La Giamaica mi ha insegnato che la gioia può essere anche una forma di spiritualità. È un’isola che non ti permette di restare ferma: ti invita a danzare, a respirare, a lasciarti andare.

Gli Stati Uniti sono stati per me un’esperienza di contrasti. È un Paese che sembra prometterti tutto la libertà, le possibilità, la grandezza, ma che allo stesso tempo ti mostra quanto l’essere umano possa sentirsi solo anche in mezzo a milioni di persone. Mi hanno lasciato una sensazione ambivalente: l’ammirazione per l’energia e la creatività, ma anche la consapevolezza che la libertà, senza legami profondi, può diventare solitudine. È stato come guardarsi allo specchio, vedere ciò che mostriamo al mondo e ciò che, a volte, nascondiamo a noi stessi. New York è una città che non dorme mai, dove ogni volto racconta una storia diversa. Camminando tra le strade di Manhattan ho avuto la sensazione che lì il tempo valga più delle emozioni: tutto corre, tutto si consuma. Eppure, in mezzo a quel vortice, ci sono momenti di meraviglia: il silenzio di Central Park, i tramonti sul ponte di Brooklyn, il senso di appartenenza che si prova pur non conoscendo nessuno. Miami è l’altra faccia dell’America: luce, mare, ritmo. Un luogo in cui la vita sembra sempre pronta a fare festa, e dove le culture si mescolano in un caleidoscopio di lingue, profumi e suoni. Mi ha ricordato quanto il corpo, il sole e la leggerezza possano essere anch’essi forme di terapia. A San Francisco ho trovato un’America più profonda e idealista, quella che sogna, che lotta, che si interroga. Le colline che scendono verso il mare, le case colorate, la nebbia che avvolge il Golden Gate: tutto sembra sospeso tra malinconia e speranza. È una città che parla di libertà, ma anche di ferite sociali e di ricerca di sé. Las Vegas, invece, è l’eccesso: la rappresentazione perfetta del desiderio umano di apparire, di illudersi, di sognare. Sotto le luci al neon ho sentito una sorta di tristezza dolce, quella che arriva quando il sogno diventa troppo grande per la realtà. Infine Los Angeles, città immensa e dispersiva, dove tutto ruota intorno all’immagine. Ma basta allontanarsi un po’ dalle colline di Hollywood per trovare un’altra dimensione, fatta di volti reali, di sguardi, di quotidianità. Lì ho percepito un’America che, nonostante tutto, continua a cercare autenticità.

Il Marocco profuma di spezie e di sabbia, di menta e di vento. Ogni città è un intreccio di suoni e colori: i vicoli dei souk, i tappeti, le mani che impastano il pane, i venditori che ti chiamano per nome anche se ti hanno appena incontrata. C’è un’umanità semplice, calda, che non ha bisogno di parole per farsi capire. Il Marocco è stato un viaggio inaspettatamente bello. Non ci avrei scommesso, e invece mi è rimasto nel cuore. Forse perché, ancora una volta, è stato il popolo a conquistarmi: persone sempre pronte a sorridere, magari con i denti un po’ giallini, ma con sorrisi grandi, sinceri, che arrivano dritti al cuore. Non so spiegare perché, ma lì mi sono sentita a casa. E poi c’è il deserto del Sahara, un’esperienza che non si dimentica. Ricordo la sensazione di essere immersa nell’infinito: l’immensità della sabbia sotto i piedi e quella del cielo stellato sopra la testa. Seduta accanto al fuoco, circondata dal silenzio, ho provato una pace antica, quella che arriva quando ti accorgi di essere piccola, ma parte di qualcosa di immenso. I tappeti stesi sulla sabbia, il profumo del tajine, la musica dei tamburi che rompeva la notte. Il tempo sembrava sospeso, come se il deserto custodisse una memoria che non appartiene solo a chi lo attraversa, ma a tutti noi. Il Marocco mi ha insegnato che la bellezza non sempre è dove la cerchi, ma dove ti lasci sorprendere. E che, a volte, sentirsi a casa non dipende dal luogo, ma dagli sguardi che incontri lungo la strada.

La Bosnia e la Serbia mi hanno accolta con una bellezza sottile, quasi timida, velata di malinconia. Sono Paesi che sembrano ancora respirare i ricordi della loro storia recente, come se ogni pietra conservasse l’eco di ciò che è stato. Camminando per le strade, si avverte un silenzio particolare: non un’assenza di suoni, ma una forma di ascolto profondo. Sarajevo, in particolare, mi ha toccata nel profondo. È una delle città più emozionanti che abbia mai visto: sospesa tra oriente e occidente, tra dolore e rinascita. Ogni angolo racconta una ferita, ma anche un atto di resistenza. Il fiume Miljacka scorre come una cicatrice luminosa tra quartieri che portano ancora i segni della guerra, ma dove la vita è tornata a fiorire con una dignità silenziosa.
Nei caffè si respira una dolce tristezza, un senso di nostalgia che non è solo rimpianto, ma anche memoria viva. In Serbia, a Belgrado, ho ritrovato la stessa energia contraddittoria: la voglia di vivere, di ballare, di suonare, accanto a un passato che non smette di pesare. È come se queste terre avessero imparato a convivere con il trauma, trasformandolo in arte, in musica, in poesia. C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo: la capacità di continuare, di sorridere, anche quando il cuore ricorda.La Bosnia e la Serbia mi hanno insegnato che la malinconia non è solo tristezza: è una forma di consapevolezza, un modo per restare fedeli a ciò che si è vissuto. E forse è per questo che, pur nella loro ombra, questi Paesi emanano una luce tutta loro: la luce di chi ha attraversato la notte e continua a credere nell’alba.

La Thailandia è arrivata in un momento particolare della mia vita. Avevo bisogno di aria, di spazio, di silenzio dentro. Così ho comprato un biglietto, preparato lo zaino e sono partita da sola, senza troppi piani. Avevo prenotato solo la prima notte a Bangkok, poi ho deciso di lasciarmi guidare dagli incontri, dalle coincidenze, dal flusso. È stato un viaggio di libertà, ma anche di fiducia. Mi ha sorpresa la sensazione di sicurezza che ho provato: potevo girare da sola, anche di notte, e sentirmi accolta ovunque. Il popolo thailandese ha una gentilezza che non è solo cortesia, è una forma di presenza, di rispetto silenzioso. Certo, la Thailandia è anche un Paese di dissonanze. Ricordo la prima sera: sono salita su un rickshaw e mi sono fatta convincere da un ragazzo thailandese ad andare a uno show. Solo dopo ho capito che si trattava di un ping pong show: uno spettacolo surreale in cui donne nude lanciavano palline da ping pong dalla vagina. Non avrei mai immaginato di trovarmi in un posto del genere. Eppure, anche in quella situazione assurda, ho riso di gusto. Era come se la vita mi stesse dicendo: “Puoi anche non capire tutto, ma puoi scegliere di esserci”. Poi, però, ci sono stati anche momenti di tristezza. Vedere tante ragazze, anche molto giovani, prostituirsi mi ha ferita nel profondo. Più volte mi sono fermata a parlare con loro con il desiderio di capire, di ascoltare. Ma ogni volta, dentro di me, risuonava una domanda: chi sono io per giudicare? Ho capito che dietro ogni sguardo c’è una storia, e che la libertà, a volte, è un lusso che non tutti possono permettersi. La Thailandia mi ha regalato incontri meravigliosi, persone che sono diventate veri amici, e una lezione preziosa: che viaggiare da soli non significa essere soli, ma imparare a fidarsi del mondo, e anche di sé stessi.

Anche in Giappone sono partita da sola. Avevo un itinerario solo abbozzato, come un disegno appena tracciato a matita, e la voglia di perdermi nei silenzi perfetti di quel Paese. La prima sera a Tokyo ho conosciuto Plinio, un ragazzo originario di Lecce che, come me, vive a Milano. Ci siamo incontrati per caso nel quartiere di Shinjuku, tra le luci al neon e la folla ordinata. Abbiamo mangiato sushi insieme e poi siamo finiti nella zona del Golden Gai: un dedalo di vicoli pieni di minuscoli bar, ognuno grande quanto una stanza, con appena cinque o dieci posti a sedere. Siamo entrati in uno di questi locali e ci siamo ritrovati a condividere un tavolo con persone provenienti da tutto il mondo. La regola era chiara: puoi restare seduto solo finché consumi.
Io, astemia, mi sono ritrovata a sorseggiare lentamente una bevanda colorata, più per restare che per bere e a ridere di quella mia “trasgressione controllata”. Poi ci siamo salutati: lui sarebbe tornato in Italia il giorno dopo, io avrei continuato il mio viaggio. Non avrei mai immaginato che quel ragazzo, incontrato per caso dall’altra parte del mondo, sarebbe diventato il mio compagno di vita. Insieme oggi sogniamo di vivere tra la Puglia e la Sardegna: le nostre due radici, i nostri due mari. Il Giappone mi ha affascinata fin da subito per la sua perfezione: tutto è in ordine, ogni gesto ha un posto, ogni persona sembra muoversi seguendo un ritmo invisibile ma condiviso. Eppure, dietro quell’apparente compostezza, si nasconde una straordinaria dualità. Di giorno uomini e donne impeccabili in giacca e cravatta; di notte, le stesse persone alticce, addormentate per strada, come se finalmente potessero smettere di trattenersi. È come se la società, così rigorosa, avesse bisogno di concedersi una notte di disordine per non implodere. Mi ha colpito anche la cultura dei cosplayer, ragazzi e ragazze che si travestono da personaggi di anime e manga. Da un punto di vista psicoanalitico, è una forma di “messa in scena dell’inconscio”: un gioco di identità che permette di far emergere parti di sé normalmente represse. Dietro quei costumi colorati non c’è solo fantasia, ma anche il desiderio profondo di libertà: la possibilità di incarnare ciò che la norma sociale non consente di essere. Il Giappone, in questo senso, è un teatro silenzioso dove l’individuo recita e insieme si rivela. E poi, naturalmente, c’è il cibo: il più buono che abbia mai mangiato nei miei viaggi (dopo quello italiano, ovviamente). Ogni piatto è una piccola opera d’arte, un atto di cura. In Giappone ho imparato che la bellezza può stare anche nella precisione, nella forma, nel rispetto dei dettagli. È un Paese che insegna la disciplina del sentire e che, come ogni disciplina, nasconde sempre un profondo desiderio d’amore.

Non parlerò dei miei viaggi in Europa perché sono noiosi ma, quello che per me è importante dire è che tra tutti i luoghi che ho visitato nel mondo, c’è solo un posto che posso davvero chiamare casa. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che la mia anima trova pace.

In Sardegna ho vissuto i legami più veri, quelli che non hanno bisogno di parole per esistere. È il luogo in cui ho imparato a sentirmi parte di qualcosa di più grande: la natura, il mare, la terra, il silenzio. Grazie a mia nonna, ho conosciuto l’amore autentico per il mondo naturale: la cura per gli animali, il rispetto per gli alberi, la magia delle stelle che, in quell’oscurità limpida, sembrano caderti addosso come promesse. Ricordo le serate estive trascorse seduti in strada, sulle sedie davanti alle case, a parlare con il vicinato. Non c’era bisogno di nulla di più: qualche risata, l’aria tiepida, il profumo del pane appena sfornato, e la sensazione che la vita, in fondo, fosse tutta lì. Sono momenti che oggi sembrano appartenere a un altro tempo, ma che restano dentro come un’impronta incancellabile. In Sardegna ho capito quanto sia sacro il legame con la terra. Ho visto le mani callose di chi lavora nei campi, la dedizione silenziosa di chi coltiva speranza ogni giorno.
E ho provato il dolore straziante quando un incendio cancella tutto: il raccolto, la fatica, il sogno di un anno.
È allora che comprendi quanto sia fragile la vita e quanto grande sia l’amore che serve per ricominciare. La Sardegna mi ha insegnato il valore delle piccole cose. L’importanza della lentezza e dell’attesa.
Mi ha insegnato che non importa quanto tempo resti lontana o quante città visiti: ci sarà sempre qualcuno ad aspettarmi, un sorriso pronto a riconoscermi, un odore familiare capace di riportarmi bambina. Per me la Sardegna è tutto: casa, vita, morte, rinascita. È il profumo del mirto e del rosmarino, il canto lontano delle launeddas, la voce del vento che racconta storie antiche. È un’isola che non ha bisogno di chiedere di essere amata perché ti abbraccia con la sua bellezza austera, ti tiene stretta anche quando sei lontana. Ancora oggi, ogni volta che torno, provo lo stesso brivido di gratitudine. Cammino scalza sulla terra rossa, guardo l’orizzonte che unisce il mare e il cielo, e mi sento intera. La Sardegna è la mia geografia interiore: il punto da cui parto e a cui, inevitabilmente, ritorno.

di Marilena Lionetti

 

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