La Comunità di Paringianu si ritroverà mercoledì 19 marzo per festeggiare San Giuseppe Patrono della frazione di Portoscuso. Presso la Chiesa parrocchiale alle ore 17:30 il parroco don Antonio Mura celebrerà la Santa Messa in onore del Santo. “Sentitevi tutti invitati, – cita don Antonio Mura, – a vivere questo momento significativo per tutta la Comunità Cristiana e per tutti coloro che desiderano partecipare perché nella celebrazione per l’intercessione di San Giuseppe anche noi cristiani viviamo una fede coraggiosa e intraprendente per favorire la dignità di ogni persona e per il bene comune.
Il Santo, presentato dall’Evangelista Matteo come uomo giusto, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa e fu dichiarato patrono della Chiesa cattolica dal beato Pio IX l’8 dicembre 1870. Nel 1889 nel giorno dell’Assunzione Papa Leone XIII esortava il mondo cattolico a pregare per ottenere la protezione di San Giuseppe, patrono di tutta la Chiesa. Nell’ Enciclica «Quamquam Pluries» di Papa Leone XIII nella plurisecolare venerazione per il Santo, la lettura ci porta a delle riflessioni su colui al quale Dio affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi “Con gioia, – scrive nell’Enciclica Papa Leone XIII, – compio questo dovere pastorale, perché crescano in tutti la devozione al patrono della Chiesa universale e l’amore al Redentore, che Egli esemplarmente servì”.
Dalle parole riportate di don Antonio Mura, Responsabile diocesano della Pastorale Sociale e del Lavoro, trovo opportuno riportare alcuni passi dell’Enciclica di Papa Leone XIII sul lavoro di San Giuseppe come manifestazione dell’amore. “Espressione quotidiana di questo amore nella vita della Famiglia di Nazaret è il lavoro. Il testo evangelico precisa il tipo di lavoro, mediante il quale Giuseppe cercava di assicurare il mantenimento alla Famiglia: quello di carpentiere. Questa semplice parola copre l’intero arco della vita di Giuseppe. Per Gesù sono questi gli anni della vita nascosta, di cui parla l’Evangelista dopo l’episodio avvenuto al tempio: «Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso» (Lc 2,51) Questa «sottomissione», cioè l’obbedienza di Gesù nella casa di Nazaret, viene intesa anche come partecipazione al lavoro di Giuseppe. Colui che era detto il «figlio del carpentiere» aveva imparato il lavoro dal suo «padre» putativo. Se la Famiglia di Nazaret nell’ordine della salvezza e della santità è l’esempio e il modello per le famiglie umane, lo è analogamente anche il lavoro di Gesù a fianco di Giuseppe carpentiere. Nella nostra epoca la Chiesa ha messo questo in rilievo pure con la memoria liturgica di san Giuseppe artigiano, fissata al primo maggio. Il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione. Nella crescita umana di Gesù «in sapienza, in età e in grazia» ebbe una parte notevole la virtù della laboriosità, essendo «il lavoro un bene dell’uomo» che «trasforma la natura» e rende l’uomo «in un certo senso più uomo» («Laborem Exersens»,9)”. L’Anno del Giubileo della Speranza ci invita a partecipare al piano salvifico sull’importanza del lavoro nella vita dell’uomo e ad avvicinarsi a Colui che è speranza di Vita.





