“Totu sa vida” è il racconto di Paola Alcioni, opera che verrà presentata presso la Chiesa di Sant’Antonio il 14 dicembre alle ore 18,30. L’appuntamento letterario, organizzato dall’ANSPI della Parrocchia Vergine d’Itria, è la fantasticazione del “possibile” come chiave per apprestare il lutto. “Una giovane donna, – commenta l’autrice Paola Alcioni, – è abbandonata alla vigilia delle nozze dall’ uomo amato, che sposerà un’altra. L’elaborazione di quel lutto darà significato a tutta la vita successiva della donna che – attraverso una continua fantasticazione e la narrazione a se stessa, in chiave ironica e dolceamara – supererà la cocente disillusione, la vergogna e la solitudine, aprendosi al “possibile” anche nella vita, guardando avanti senza mai lasciare spazio alla rassegnazione inerte, scoprendo l’infinito e struggente valore dinamico e positivo dell’amore interiorizzato.” All’incontro partecipa il Coro Collegium Musicum C. Monteverdi di Carbonia con le musiche di Angelina Figus. Di particolare attenzione la locandina dell’evento è stata realizzata dal grafico Giuseppe Sanna che esprime attraverso la realizzazione la narrazione del racconto. La scrittrice Paola Alcioni, classe 1955 nata e cresciuta a Cagliari, si è laureata in Giurisprudenza ed è diventata copywriter e traduttrice in lingua sarda. Si è trasferita ad Assemini nel 1989, pertanto oltre a pittori e scultori ci sono poeti, poetesse e scrittrici di grande talento che scrivono poesie e romanzi anche in lingua sarda. Dall’infanzia è appassionata di scrittura a la sua passione è aumentata tanto da appassionarsi con la lingua sarda che non l’ha più abbandonata e, anzi, ha continuato a crescere insieme a lei. Ha scritto numerose poesie con cui ha vinto i più importanti premi di poesia come Ozieri, Posada e Romàngia. Alcune delle sue poesie sono state pubblicate e tradotte in lingua come inglese, tedesco e galiziano.
Alcuni suoi versi in lingua sarda sono stati scelti dallo scultore Antonino Ruggeri per essere scolpiti nella sua opera, una bellissima scultura in pietra della Madonna. Si tratta di versi sulla maternità, intesa sia come donna che come terra; l’opera si trova in piazza Santa Lucia ad Assemini davanti la Chiesa della Santa. Tra le sue poesie in lingua sarda abbiamo “Brunzu de aira” con cui invita il popolo sardo a prendere coscienza del proprio potenziale di nazione e, con decisione ma pacificamente, trasformarla in una nuova terra. Nel 2003 ha vinto il 1° premio Ozieri con “Salinas”, per la poesia sarda inedita della sezione “Antonio Sanna”. Oltre alle poesie, tra i suoi romanzi si deduce la sua passione per le storie di misteri da sciogliere. Con “La stirpe dei re perduti”, edizione “il Maestrale”, ha conquistato il concorso letterario nazionale per inediti “Junturas” nel 2002. È una storia coinvolgente con diversi flussi temporali, legati tra loro da un oscuro segreto che si nasconde nel villaggio di Gurtei. Si parte dalla Sardegna catalano-aragonese, per passare poi a quella spagnola, al Settecento, all’Europa nazista, fino ai giorni nostri. Al centro delle varie vicende c’è una pergamena con il disegno dell’albero deradicato e capovolto che lega una saga familiare al suo segreto.
Non manca il suo impegno anche nei romanzi per ragazzi come “Mordipiedi il tenebroso”, scritto in primis per suo figlio e “Il segreto della casa abbandonata”. Il romanzo “Addia” è stato scritto in lingua sarda (campidanese di Cagliari e logudorese di Torpè) con Antonimaria Pala, con cui ha vinto il Premio Deledda 2008 per la sezione di letteratura in lingua sarda. Le due varietà di lingua sarda si intrecciano fino a diventare un’unica lingua. È un romanzo storico adattato nel periodo successivo al Concilio di Trento, quando i Gesuiti arrivano a Cagliari. Addia è il nome della protagonista di questo romanzo ma è anche una parola che in campidanese significa oltre. Lei e suo cugino Lenaldu sognano che l’isola si riscatti dai conquistatori ma viene accusata di stregoneria dall’inquisizione e i Gesuiti vietano l’uso della lingua sarda nell’insegnamento. Nella seconda metà del Cinquecento in Sardegna i fermenti autonomistici sono ancora vivi e si aspira al ritorno del periodo giudicale, periodo di indipendenza politica. Con questo romanzo i due autori hanno voluto usare la lingua sarda come simbolo di libertà, lingua con cui il popolo si può riappropriare della propria identità e il proprio futuro.



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