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Sant’Antioco: La casa di Italo Diana in vendita. Un patrimonio che rischia di sfuggire per sempre alla comunità

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Sant’Antioco rischia di perdere un tassello importante della sua memoria culturale. La casa di Italo Diana, il maestro di arti tessili e profondo conoscitore del bisso marino, è stata messa in vendita. Un fatto che apre interrogativi profondi: è possibile che il luogo legato a una delle figure più illustri dell’Isola venga lasciato andare senza tentare di trasformarlo in un bene collettivo? È accettabile che un patrimonio identitario rischi di scomparire nel silenzio generale?

Italo Diana, nato nel 1890, non fu soltanto un artigiano. Fu un ricercatore, un innovatore, un custode delle tradizioni sarde. La sua notorietà, riconosciuta ben oltre i confini regionali, si fonda sulla rinascita dell’antichissima lavorazione del bisso marino e sulla sua scuola di tessitura di via Magenta, fondata nel 1923: un luogo in cui l’arte, il sapere e la cultura divennero futuro.

Nella sua abitazione — che pur non ospitava il laboratorio, situato in un locale separato — passarono comunque allieve, studiosi, visitatori, figure di rilievo come Vittorio Alinari, amico del maestro, che lì scattò immagini divenute iconiche. Quella casa fu un crocevia umano, un luogo di incontri, di dialogo, di memoria.

Oggi quella stessa casa rischia di essere ceduta come un bene qualunque. E con essa, secondo quanto circola da tempo, parte del mobilio antico, materiali e documenti legati all’opera del maestro sarebbero già finiti nelle mani di antiquari o privati, con la concreta possibilità che vadano definitivamente dispersi, rivenduti altrove, sottratti per sempre al patrimonio della comunità antiochense.

Sorge dunque una domanda inevitabile:

è giusto permettere che il patrimonio materiale e immateriale di un maestro il cui nome è riconosciuto a livello internazionale venga disperso senza alcuna tutela pubblica?

Molti centri italiani e sardi hanno scelto una strada diversa.

Le case di artisti, artigiani illustri o figure storiche locali sono state trasformate in case-museo, divenendo spazi di visita, cultura e identità. Luoghi che non solo conservano la memoria, ma che generano nuova conoscenza, attraggono turisti, studiosi, appassionati di tradizioni e arti tessili.

Perché Sant’Antioco non dovrebbe ambire allo stesso?

Perché non immaginare la Casa Italo Diana come un centro dedicato alla storia del bisso, alle tecniche tessili tradizionali, alla figura dell’uomo che dedicò la vita alla rinascita di un’arte millenaria? Una casa museo, un archivio, uno spazio didattico: un luogo vivo, non un edificio perduto.

La domanda, allora, è più urgente che mai:

dov’è la sensibilità istituzionale e comunitaria verso un patrimonio che appartiene a tutti?

Come può una casa così simbolica finire sul mercato immobiliare senza aprire un confronto pubblico, un dibattito, un tentativo di tutela?

Italo Diana era un uomo riservato, elegante nella sua discrezione, ma profondamente legato al bene del proprio paese. Ha formato generazioni di artigiane, riportato alla luce antichi disegni sardi, portato il nome di Sant’Antioco in mostre e giornali nazionali.

Oggi, proprio la comunità che lui ha arricchito rischia di non custodire ciò che resta di quella storia.

Non si tratta di creare polemica. Si tratta di non perdere un’occasione storica: preservare la casa di un maestro che ha intrecciato trama e ordito non solo nei suoi tessuti, ma nell’identità stessa dell’Isola.

La domanda finale è semplice, ma decisiva:

vogliamo che la casa di Italo Diana diventi un ricordo privato o un patrimonio condiviso?

Di Vanessa Garau

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