Cultura

Arte contro la violenza

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Arte contro la violenza

Ogni anno, il 25 Novembre, si svolge la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, voluta dall’ONU, che si concretizza con un’ondata di manifestazioni mondiali in ricordo di vittime e maltrattamenti perpetrati ai danni di mogli, mamme, amiche, sorelle, fidanzate..persone. Vorrei, nel mio piccolo, far sentire la mia voce in accordo con quello che di più bello esiste al mondo: l’arte. Nell’arte non ci sono solamente opere da ammirare, ma storie, idee, passioni e sentimenti che meglio di qualsiasi altra cosa possono da sole servire a mantenere viva la fiamma della speranza in occasioni come quella odierna. Nel mondo dell’arte si possono incontrare pittrici come Artemisia Gentileschi che, per capacità e passione, si sono ritagliate di diritto una pagina importante nella cultura artistica internazionale. Figlia del grande Orazio Gentileschi, il più efficace tra i pittori “caravaggeschi”, cullata tra tempere e tele ha assorbito, fin dalla sua tenera età, quel che serviva per guidare le sue mani alla creazione di alcuni capolavori spesso oggetto di poca considerazione. La storia di Artemisia, però, è intrisa di quel marciume che pare ricordare a tutti noi quanto sia ancorato già nel passato il problema che oggi tentiamo di scongiurare. L’artista dovette affrontare un lungo e brutale processo come testimone, avvenuto nei primi anni del ‘600 quando il tribunale del sant’Uffizio era l’istituzione più temuta e crudele che l’essere umano avesse inventato. Agostino Tassi, maestro di prospettiva di Artemisia e stimato pittore amico del padre, violentò la Gentileschi nel periodo in cui insieme ad Orazio collaboravano alla decorazione di Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma. Il processo, voluto dalla stessa Artemisia e documentato nero su bianco, racconta la crudezza dei metodi inquisitori del Tribunale che subì la Gentileschi quale testimone. Dopo sette mesi di processo, nel 1612, tutto ebbe fine senza grandi conseguenze per il Tassi (già riconosciuto colpevole di altri stupri precedenti e documentati), mentre Artemisia dovette certamente portarsi dietro le ferite morali e fisiche, dal momento che durante la sua testimonianza venne sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Niente però potè fermare l’inarrestabile potere dell’arte che come una fiamma fu capace di cauterizzare le ferite quanto bastava per darle il dono di regalarci capolavori come Susanna e gli Anziani (opera a lungo attribuita a suo padre), Giuditta e Oloferne opera che probabilmente incarna un certo desiderio di vendetta, visto che produsse più di un’opera con un tema simile. Infine, lei, ottenne il prestigioso traguardo per essere stata la prima donna accolta presso l’Accademia del Disegno di Firenze. Quel che resta oggi, dopo più di quattrocento anni, è la sensazione che la strada da percorrere sia tanta, ma la speranza incarnata e sublimata dai capolavori pittorici di una grande artista squarciano le nuvole che oscurano il cielo. La storia di artemisia è la storia di tante donne, ma anche la speranza della una creazione di valore emersa dalle ceneri di un abuso che purtroppo resta ancora attuale.

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