C’è stato un tempo in cui la sinistra italiana frequentava le fabbriche. Non per turismo industriale, ma perché lì vivevano i lavoratori, quelli con le mani sporche di grasso, i volti tirati, le buste paga leggere e tante speranze. Oggi, se entra in una fabbrica, è per una visita guidata, con il casco immacolato e il comunicato stampa — o il post su Instagram — già pronto.
Nel frattempo, però, ha scoperto nuove passioni più “esotiche”. Non più il salario minimo ma la “geopolitica romantica”, non più il contratto collettivo ma la “dichiarazione di solidarietà internazionale”. E così accade che, nella smania di apparire sempre e comunque dalla parte “giusta” della storia, e contro — sempre e comunque — la parte — a loro parere — sbagliata della politica, finisca talvolta per sostenere cause che della giustizia hanno poco e niente, e quel poco è solo la retorica.
Il copione è ormai collaudato: se un regime si autodefinisce “anti-occidentale”, “anti-imperialista” o semplicemente “contro il sistema capitalista-sionista”, scatta l’automatismo della comprensione. Se poi quel regime imprigiona oppositori, perseguita minoranze o soffoca la libertà di parola, be’, sono “complessità culturali”. Se un gruppo terrorista armato si proclama movimento di liberazione, allora sono “partigiani” e si sospende il giudizio: bisogna “contestualizzare” la situazione. La strage è un modo “innocente” per attirare l’attenzione, le vittime diventano un dettaglio, il carnefice una sfumatura, la violenza una misura necessaria.
Intendiamoci, denunciare gli abusi dell’Occidente — e non solo — è legittimo, ma farlo mentre si chiude un occhio — o entrambi — su dittature, teocrazie e fondamentalismi “esterni e interni” non è equilibrio, è miopia selettiva. E la miopia, in politica, è un lusso che paga sempre il popolo.
Il paradosso è che, mentre si accendono candele per cause lontane, a casa propria si spengono le luci nei quartieri popolari. Il lavoratore che teme di perdere il posto, l’artigiano soffocato dalle tasse, l’infermiere sottopagato con turni impossibili, le forze dell’ordine prive di ogni autorità e “autodifesa”, i cittadini non più al sicuro nelle loro città, impunità che chi viola la legge e per chi male la applica. Argomenti che un tempo erano l’alfabeto della politica, e che oggi sembrano note a piè di pagina. Troppo poco glamour, troppo poco radical chic.
Così, invece di interrogarsi sulle proprie scelte sconsiderate, preferisce accusare il popolo di non capire. Il popolo ingrato, ignorante, che non “studia la storia”, che non apprezza la finezza delle analisi sulle dinamiche mediorientali, sulla “giustezza” della sharia, mentre fatica a pagare il mutuo, oppresso da un costo della vita sempre più alto e stipendi sempre più inadeguati. Il popolo rozzo, che non coglie le sottigliezze di certe alleanze tattiche con l’islamismo politicizzato. Perché, si sa, distinguere tra fede religiosa e voti — vedi progetto politico teocratico — non è poi così complicato. Come avrebbe detto il compianto Antonio Lubrano, “… a questo punto, la domanda nasce spontanea”: Ma la religione, non era l’oppio dei popoli?
Comunque, a noi sembra che tentativo di mostrarsi sempre più inclusiva, una certa sinistra finisce per includere chi dell’inclusione fa — spesso e volentieri — carta straccia.
In nome del dialogo, dialoga con chi non dialoga, e scusate il gioco di parole. In nome dei diritti, ammicca a chi li considera un vizio dell’occidente. E mentre firma appelli contro ogni oppressione teorica, dimentica quella concreta che è sotto gli occhi di tutti, cercando di insegnare a chi ha vissuto sotto una vera dittatura, cosa vuol dire “Democrazia” e “Diritto internazionale”, mentre fino a ieri — scusate, ci correggiamo, fino a oggi — erano “deretano e camicia” — non ci piacciono le volgarità — con chi con la democrazia ci si puliva quella cosa lì, quella che sta con la camicia.
Il risultato è un curioso rovesciamento: quel tipo di sinistra parla sempre più di popoli, ma sempre meno con il popolo. Forse non è cattiva fede, forse è semplicemente che hanno perso il senno, sia quello di poi che quello di adesso. Insomma, preferiscono la “convinzione”al “principio ”. Ma la realtà non premia le convinzioni. Non era quel “mattacchione” di Friedrich Nietzsche che considerava le convinzioni come pericolose nemiche della verità, spesso più nocive delle menzogne stesse? Così diceva lui, in quanto bloccano la ricerca intellettuale e sono come catene che impediscono l’evoluzione personale e intellettuale, denotando uno spirito arretrato e dogmatico. Vi ricorda qualcosa?
E così resta l’amaro sorriso di chi osserva questa situazione che, sebbene sia paradossale, è accettata e — addirittura — sostenuta da chi ha forti “convinzioni”. Insomma, anziché difendere gli oppressi si finisce per giustificare gli oppressori, purché parlino il linguaggio giusto, vale a dire quello che vogliono loro.
Insomma, in questi ultimi anni abbiamo assistito a una singolare metamorfosi: a forza di gridare “al fascista!” a ogni angolo di strada, qualcuno ha finito per assomigliare a ciò che dice di combattere. Eh, a volte capita…
In genere succede in questo modo: all’inizio c’è la vigilanza democratica — sacrosanta eh, niente da dire —. Poi arriva l’abitudine, vale a dire: ogni avversario diventa una minaccia esistenziale, ogni opinione divergente un sintomo autoritario, ogni sfumatura un cedimento morale. La parola “fascista”, svuotata dalla sua identità storica, si trasforma in un intercalare polemico, in un aggettivo. E quando tutto è fascismo, cosa succede dopo?
Mah, noi crediamo che il paradosso si compia nel passo successivo. Se l’altro è sempre e comunque illegittimo, allora non merita ascolto. Se l’altro è un pericolo strutturale, allora può essere zittito, censurato, “bannato”. Se l’altro è il Male, allora ogni mezzo per neutralizzarlo diventa giustificabile — anche la violenza (?) —.
Ed ecco che il pluralismo — tanto decantato — diventa tolleranza a senso unico, che poi è un modo elegante di dire intolleranza.
Quindi la censura sarà chiamata “responsabilità civile”. L’esclusione diventerà una “profilassi democratica”. Il dissenso sarà bollato come “grave devianza” — vedi fascismo —. E allora si organizzeranno scioperi il venerdì, manifestazioni che sono più azioni che manifesti, e si inizierà a compilare le liste morali — o di proscrizione —, nel tentativo di stabilire “patenti di rispettabilità”.
Non si confuterà più: si delegittimerà.
Non si risponderà più: si squalificherà.
È una dinamica antica, vecchia come l’homo sapiens — così non escludiamo nessuno, neanche gli lgbtq+ —. Chi grida all’autoritarismo, alla fine finisce per adottarne i riflessi. E così, per “proteggere” la democrazia, si rischia di scivolare verso la tentazione volerla “amministrare dall’alto”.
Come direbbe Cicerone — se fosse ancora vivo — la storia insegna che quando l’accusa diventa automatica, l’accusatore smette di interrogarsi su sé stesso.
Può essere che il vero antidoto non sia gridare più forte, ma ascoltare in silenzio anche chi non la pensa come noi, e poi ribadire le proprie idee tenendo presente che due idee sono molto meglio di una sola? Questo potrebbe servire a ricordare che la democrazia non è un campo di battaglia morale e permanente, ma è uno spazio scomodo, dove convivono idee che ci piacciono e idee che non ci piacciono. E la politica nasce dal fatto che le società sono plurali. In una comunità convivono interessi diversi, visioni del mondo spesso incompatibili, bisogni spesso in conflitto: lavoratori e imprenditori, centro e periferia, giovani e anziani, sicurezza e libertà, crescita e tutela ambientale. Se una sola volontà potesse imporsi senza ostacoli, non sarebbe politica, sarebbe dominio.
La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, diceva il Dr. King, e prima di lui Kant. La politica esiste proprio per trasformare il conflitto in convivenza. E la convivenza si regge sul compromesso: nessuno ottiene tutto e tutti rinunciano a qualcosa. Il compromesso non è debolezza morale, ma riconoscimento della realtà. È l’arte di trovare un punto di equilibrio provvisorio tra forze che, altrimenti, si annullerebbero a vicenda.
Quando il compromesso scompare, restano due alternative: paralisi o imposizione. Nel primo caso non si decide nulla. Nel secondo decide uno solo. In entrambi i casi, la politica fallisce la sua funzione fondamentale: tenere insieme una società senza spezzarla. Difendere questo concetto significa accettare il confronto, non eliminarlo.
Il problema, alla fine della fiera, non è scegliere da che parte stare. Il vero problema è ricordarsi perché si era scelto di stare da una parte. Se quella memoria si perde, restano solo le “convinzioni”.
E sono stato buono. Avrei potuto scrivere, invece, che tutto questo non è il frutto di distrazioni istituzionali o di ingenuità politiche, ma della più lineare delle dinamiche: l’interesse che si traveste da ideale, il desiderio di potere ad ogni costo, anche quello di governare sulle macerie, il denaro che detta l’agenda con la discrezione di chi non compare nei verbali, l’avidità che non guarda oltre il presente, mentre le classi più fragili pagano il prezzo di scelte presentate come inevitabili.
Ma non lo scrivo. Non oggi, almeno.
Di Fulvio Aurelio Scompiglio



