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SANT’ANTIOCO: IL BISSO È DI TUTTI O DI POCHI?

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Esistono vari tipi di giornalismo e tra questi quello di inchiesta che mira a far luce anche su episodi storici che talvolta appaiano confusi perché tramandati attraverso leggende e non fonti certe e scientificamente accertate. Ma a quanto pare questo genere di lavoro giornalistico  poco importa alla politica e a chi la dovrebbe rappresentare, probabilmente perché documentarsi costa fatica e volontà. Questa operazione richiede tempo e soprattutto curiosità ma il politico è curioso di sapere solo se potrà avere lo stesso consenso nella successiva tornata elettorale. A quanto pare di questa approssimazione, di questo virus non ne è immune nemmeno chi è deputato a governare sia a livello regionale che a livello locale. Infatti la giunta regionale capitanata da Christian Solinas nell’intenzione di valorizzare gli usi e i costumi sardi ha deciso di finanziare il “Museo del Bisso” a Sant’Antioco, nel sud Sardegna. Al di là dell’opera meritoria nel valorizzare il passato, la domanda che anche un profano in materia si porrebbe è: quindi esiste o esisteva una struttura deputata all’esposizione dei vari elaborati e della materia prima? Esiste o esisteva una struttura che ha tutti i requisiti per poter essere definito “Museo”? È necessario porsi questi quesiti perché a questo progetto sono stati destinati 70mila euro di soldi pubblici, che gestirà l’associazione culturale no profit “Filo dell’acqua”, per l’acquisto di una sede che sarà poi destinata al tanto declamato Museo del Bisso. Una cifra sicuramente importante per scongiurare l’ipotesi di chiusura (quindi si presume sia aperto e quindi esista) come dichiarano l’assessore alla cultura, Andrea Biancareddu, e l’assessore del lavoro, Alessandra Zedda, affermando che “l’unica al mondo a saper usare questa tecnica, che consiste nel lavorare il materiale grezzo per ottenere la “seta del mare”, filato e poi tessuto, dal quale si ottenevano pregiati indumenti è Chiara Vigo”. Probabilmente il governatore e gli assessori non si sono documentati in modo certosino altrimenti saprebbero che a Sant’Antioco esiste un “Museo Etnografico” ufficiale e autorizzato in cui è presente un’esposizione del prezioso filato e dei manufatti per la gran parte prodotti dal compianto maestro Italo Diana (deceduto negli anni ’60 e a cui il comune ha dedicato una piazzetta) e dalle allieve della sua scuola, tra cui anche la nonna di Chiara Vigo, Leonilde Mereu. Probabilmente gli amministratori non si sono documentati nemmeno su quanti a Sant’Antioco sappiano lavorare il bisso perché altrimenti avrebbero scoperto dell’esistenza delle sorelle, Assuntina e Giuseppina Pes, che hanno imparato l’arte da Efisia Murroni, allieva di Italo Diana e che nel 1984 presero in affidamento il centro pilota, finanziato dalla Regione Sardegna e dalla comunità europea, per occuparsi proprio della tessitura e del Bisso che ad oggi, nonostante la chiusura del centro, portano avanti regalando alcune opere in Bisso a istituti religiosi, compreso il Vaticano. Ma se una giunta regionale può non avere tutte le informazioni appare sconcertante, invece, il silenzio degli amministratori Antiochensi che sempre prodighi di informazioni verso i loro concittadini, in questo caso scordano e si avvalgano della facoltà di non comunicare il proprio pensiero. Se il primo cittadino, Ignazio Locci, può far finta di non sapere lo stesso non può farlo la sua assessora alla cultura, Rosalba Cossu, figlia di Iolanda Sitzia allieva del maestro, Italo Diana e che in una mia intervista per il settimanale “la Gazzetta del Sulcis” aveva fornito documentazione e dichiarazioni precise sul Bisso a Sant’Antioco.

 Il presidente della Regione e i suoi assessori ci dovrebbero spiegare perché invece di finanziare una no profit, quindi un privato, non abbiano invece pensato di ottimizzare e quindi ampliare il Museo Etnografico dando spazio a tutti coloro che professionalmente custodiscono e tutelano il patrimonio identitario. Non voglio credere all’ipotesi che questa giunta abbia voluto sposare questo progetto solo perché sollecitati a tal punto da dichiarare che tutto ciò sia avvenuto “Grazie alla solidarietà e al sostegno che da più parti sono arrivate al Maestro ( Vigo ndr)” e quindi salire sul carro della popolarità  perché solo “Grazie all’impegno di questa Giunta regionale si è scongiurata la chiusura del museo che avrebbe causato una perdita di grande valore per tutta la nostra Isola”. Una giunta distratta che dichiara l’esistenza di un fantomatico “Museo” non sapendo che non basta mettere l’insegna “Museo” per potersene fregiare; il sospetto è che i professionisti della politica non riescano a distinguere un laboratorio da un museo.

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